domenica 8 gennaio 2017

La Coinè di ACQUAVIVA







Mi appunto una breve lettura stimolante su un altrettanto stimolante tema di attualità.





Sette giorni prima della festa del tricolore, che si celebra sulla base di una legge dl 1996, il Giornale di Vicenza ha pubblicato nella rubrica Lettere al Direttore un intervento di Ettore Beggiato. Si tratta di un ricordo dello studioso, nonché preside universitario Sabino Acquaviva ad un anno dalla morte. E’ il tema ivi trattato a rendere interessante l’articolo: l’insegnamento della lingua veneta.

Sostenere che la lingua veneta non esiste perché vi sono differenze tra una città e l’altra è come ignorare il processo di formazione, la koinè, del Greco antico, dice Acquaviva, un processo di unificazione di dialetti diversi che diede origine ad una civiltà millenaria. Nel caso greco la originaria diversità linguistica non ostacolò la formazione di una identità unitaria. Anzi quando arrivò il dominio romano quell’identità culturale e linguistica si trasformò in una unificazione politica che permise ad uno stato greco unitario di vivere fino alla conquista turca di Costantinopoli. Cioè altri mille anni.

Inoltre gli argomenti che negano l’esistenza di un popolo veneto sono gli stessi che potrebbero essere usati per negare l’esistenza stessa di molti altri popoli con identità propria. “Non so se i veneti si siano mai sentiti di essere un popolo, ma sono convinto che lo fossero”, dice sempre Acquaviva, e il fatto che vi fossero condizioni di miseria tra le campagne non è molto diverso dalla storia della Catalogna, della Baviera o della Provenza.

L’Europa stessa necessita di una coinè linguistica che ridimensioni quei nazionalismi otto-novecenteschi che hanno devastato le culture regionali costringendo inoltre i popoli a versare tanto sangue.

C’è anche un interessante aneddoto, particolarmente significativo, che voglio riportare per non perderlo tra le mie prossime letture. Nel 1941 i soldati italiani occuparono la Dalmazia, suo padre era tra questi e racconta che al ristorante nessuno comprendeva l’italiano, ma quando invece di chiedere “una forchetta” venne chiesto “un piron” il cameriere seppe subito cosa portare. In quel momento “tutti i presenti percepirono l’unità linguistica dei veneti con i dalmati di allora”.

L’articolo di Acquaviva infine, che chiede l’insegnamento della lingua veneta nelle scuole, conclude ricordando che Il sogno di una Europa unita può realizzarsi solo nel nome dei popoli che la compongono.



---------------------------------

La redazione del G.diVi. non vive tra le nuvole e sa bene che non si tratta di farfugli ma di una questione presente da decenni nel dibattito veneto. Tuttavia relega questo articolo nella rubrica delle lettere al direttore. E’ indicativo dell’atteggiamento di ipocrisia dominante. Con le banche che falliscono ingannando e derubando il popolo, col terrorismo e la disoccupazione che incalzano si preferisce sottovalutare il problema per esorcizzarlo.

Il fatto di parlare in veneto nelle varie sedi, comprese quelle istituzionali come ad esempio il Consiglio Comunale, costituisce una questione da tempo attuale. E l’emergere del venetismo non va confuso o anche semplicemente ricondotto alla provocazione di quelli che hanno assaltato il campanile di San Marco. E’ l’inutile perbenismo politically correct che tratta il problema come un capriccio folcloristico, ma intanto il tema avanza sempre più. Anche Grillo era considerato dieci anni fa un fenomeno da baraccone, ma ora è in Paramento con nove milioni di voti. Anche Berlusconi nel 1993 fu guardato dal PDS come un vento passeggero dell’antipolitica. E molte redazioni, prefetture e Organizzazioni della Rappresentanza sanno bene che questi sono errori che si pagano.

Ma non vogliono disturbare il manovratore romano e fingono di ignorare che

                         
                  chi pissa contro vento, se bagna la camisa.



martedì 3 gennaio 2017

2017: Gufatina d'inizio anno







Gli strateghi della comunicazione post-truth inaugurano oggi le balle del nuovo anno. Sono due: il rinascimento industriale e il pericolo cinese.





1 - Il fondo del Giornale di Vicenza di oggi sì conclude con auspici sopra le righe, tipo: se il governo continuerà sulla linea Renzi (ovvero gli incentivi Industria 4.0) avremo benefici a breve per la ripresa degli investimenti industriali e, questa è proprio buona, modelli aziendali senza conflitti con giovani assunti. Insomma ottimismo a volontà. E’ la post-democrazia di Colin Crouch, la post verità di Ralph Keyes o, più semplicemente, il nuovo corso servile di Confindustria?

Ai miei tempi, operaio sindacalista, la Confindustria trattava il governo con aria padronale; ricordo un Pietro Marzotto tanto duro coi sindacati quanto sferzante coi governi dell’epoca. Li svergognava per i loro irresponsabili indebitamenti, accusava la politica di codardia remissiva nel confronti dei sindacati e delle clientele. 
Confindustria in pratica ieri insegnava al governo a “stare al mondo”, mentre oggi lo lecca smorfiosamente, gli regge il moccolo amplificando le sue stesse balle.

Non so, sarà perché ha bisogno che il governo gli salvi il sole 24 Ore che è inondato dai debiti e sta morendo. Sarà perché è immanente l’emergenza referendum anti Jobs Act, una prospettiva che mette in crisi la possibilità di poter finalmente precarizzare tutto il sistema industriale italiano, fatto sta che Confindustria, come le stagioni, non è più quella di una volta, è diventata lo zerbino dei governi renziani. E’ l’unica organizzazione datoriale che fa finta che la sonora sconfitta referendaria non sia mai avvenuta. E blatera di pace sociale coi sindacati.

Sarà, ma è con gli operai che bisogna andare d’accordo, perché sono proprio loro quelli che votano NO. Sarà, ma è la verità che bisogna dire affinché il mondo del lavoro industriale ti creda. Le balle possono servire a contenere i danni di un rimbalzo borsistico, possono, forse, prevenire il panico difronte alla catastrofe, ma non ti danno la pace in fabbrica. Al contrario, generano ingovernabilità.

Oggi le imprese si riempiono di laureati precari, ingegneri capaci di dominare un software impallato, di leggere egregiamente istruzioni in inglese, ma incapaci di scrivere una semplice lettera commerciale senza fare errori ridicoli. Le merci vengono movimentate da imprese esterne di facchinaggio dove ci sono immigrati di ogni tipo, compresi ingegneri e medici che vengono messi a rincorrere i carrelli e spingere il pallet dalla mattina alla sera. Il risultato è che i laureati sono convinti di poter diventare tutti amministratori delegati e instaurano un clima di competizione estrema senza regole e senza rispetto personale. Dal canto loro gli immigrati se anche vedono un impianto che si sta rompendo si girano dall’altra parte. E non c’è sicurezza, c’è solo lo stress, ci sono gli infortuni con i morti ecc. 
Modelli aziendali senza conflitti? Tutt’al più si potrà considerare ridimensionato il vecchio modello di conflitto, quello caratterizzato dagli scioperi e i picchettaggi, ma abbiamo quelli nuovi, le class actions, i boicottaggi, la slealtà o peggio, lo spionaggio industriale ecc. Auguri! Pensano che la conflittualità futura sia dominabile grazie all’abolizione della reintegra? NO, penso proprio che ne vedremo delle belle. Anzi delle balle. Balle 4.0



2 -  Le terro-news dominano l’informazione mainstreaming. L’occidente ha creato, istruito e armato l’ISIS per creare l’ambiente ottimale ww3. E ora diffonde sistematicamente messaggi emozionali di insicurezza. E’ il post-truth mainstreaming. L’emotività della gente comune è la nuova risorsa strategica dei manipolatori d’opinione. La verità non conta niente, conta la gestione emotiva della notizia. Il target della nuova comunicazione non è la persona umana nella sua interezza, ma il suo atteggiamento psicosociale. Quello rilevabile dai sondaggi. E i pianificatori di guerra programmano gli atteggiamenti della opinione pubblica. Ieri Obama ci voleva contro Putin e a favore degli ucraini. Contro Assad si spacciavano i terroristi (esattamente quelli di ISIS) per “ribelli” come se il popolo comprasse i kalashnikov per chiedere la democrazia. Ora che Assad e Putin hanno vinto si vede bene che erano solo balle, ma non si permette, non si dà il tempo affinché l’informazione venga metabolizzata e si impari la lezione, si usano nuove terro-news per creare nuovi nemici. 
Oggi c’è Donald Trump che vuole la pace con Putin e la guerra coi cinesi. Ecco quindi che il terrorista di Istambul diventa cinese. Anzi no, scusate, viene da quella parte del nordovest cinese che è di religione musulmana.


E tutto questo non lo dicono dei mostri cattivi. Lo dice (assieme a tanti altri giornaloni) il Giornale di Vicenza il quale, forse un po’ noioso, è ancora l’insostituibile voce dominante in ogni bar sport della provincia. 

I miei amici, calice di lugana alla mano, lo chiamano “el busiaro de Vicensa” ma tornano a casa convinti che se i sindacati stà boni  e se stanghemo i cinesi, forse possiamo ancora farcela.







--------------------------------
Journalistic infornation of the year 2017 starts in Italy under the sign of post-truth. They said we will have an industrial renaissance but it's just illusion; they said we'll have to fight against chinese new threats, including terror, but it's just propaganda. The truth is just a new opportunistic scenery alignment of the media system.











Elezioni serbe

Alle elezioni serbe di domenica 25 Ottobre, nonostante l’endorsement di Putin, Vucic ha perso le elezioni lasciando il passo a Lista Stud...