lunedì 12 gennaio 2015

Appunti WW3





Con l’operazione Charlie Hebdo/Iper Cosher l’opinione pubblica è stata efficacemente mobilitata dai media internazionali in favore delle vittime: giornalisti, civili inermi, cittadini comuni ebrei. La stampa internazionale, o meglio il ceto dei giornalisti, è stato completamente galvanizzato sul tema della difesa del diritto di parola e del diritto di satira. L’enfasi emotiva è stata posta soprattutto sulla necessità per l’occidente di salvaguardare i valori liberali difronte all’attacco terroristico che ad essi viene mosso dal fenomeno islamista non più geolocalizzato in Medio Oriente, ma in casa europea.

Alcune considerazioni. La vicenda ha dato lo spunto ad alcuni commentatori indipendenti per dire con chiarezza che sul piano geo strategico ISIS è una conseguenza della decisione di Bush nel 2003 di attaccare Saddam Hussein e dell’appoggio che Obama ha dato ai ribelli siriani per abbattere Assad. Anche la distruzione della Libia ha contribuito alla riorganizzazione delle forze islamiste radicali.

L'analisi, già da tempo acquisita nelle riviste specialistiche, secondo la quale dietro ISIS ci sono gli interessi strategici della autocrazie arabe (saudite in particolare) le quali non vogliono che si diffondano modelli parademocratici nei paesi arabi decisivi per il petrolio, è stata praticamente ignorata. Ciò ovviamente è legato ai condizionamenti strategici che quei paesi sono oggi in grado di esercitare sull'Occidente. Ne è un esempio il Qatar per gli investimenti finanziari in Italia (Alitalia). Lo stesso Renzi durante i fatti francesi era in visita di Stato presso gli Emirati.


Il gesuita Bergoglio, oggi papa Francesco, ha commentato i fatti parigini con parole che si distinguono dal coro dei paesi NATO. Egli ha detto: L’attentato di ieri a Parigi ci fa pensare a tanta crudeltà, crudeltà umana; a tanto terrorismo, sia al terrorismo isolato, sia al terrorismo di Stato. Ma la crudeltà della quale è capace l’uomo! Preghiamo, in questa Messa, per le vittime di questa crudeltà. Tante! E chiediamo anche per i crudeli, perché il Signore cambi il loro cuore”.  Che significa “terrorismo di stato”? Quale Stato pratica il terrorismo?

Il giorno dopo la manifestazione parigina con annesso vertice WW3, Pope Francis ha commentato ufficialmente i fatti in quanto capo di stato attraverso un discorso alle diplomazie. I telegiornali italiani ne hanno dato notizia focalizzando una sorta di appello all’ISLAM affinché vengano fatte dichiarazioni formali per una presa di distanza dalle pratiche violente. Non traspare una condivisione emotiva all’enfasi parigina.


Gli americani hanno espresso piena solidarietà ma senza stare al gioco enfatico della libertà di satira. Evidentemente non vogliono turbare i sauditi che sono sostenitori della linea neo-iconoclasta. Obama non ha partecipato alla marcia parigina dando un segnale di non entusiasmo verso l’operazione. Il tema relativo alla partecipazione di Lavrov, partecipazione che era stata annunciata più volte nella giornata di sabato, non è stato ripreso nelle cronache e nei commenti del giorno successivo. Che è successo? Qual è stato l’atteggiamento della Russia verso il vertice? Putin è un partner formidabile nella lotta al terrorismo jihadista, ma l’informazione si è guardata bene dal nominare Putin, negli elenchi delle precedenti azioni terroristiche non ha mai incluso la strage di Beslan (172 bambini, 380 corpi) e la posizione di IRAN e SIRIA sull’attentato e sul vertice. Pensavo fosse un comportamento obbediente ai desideri di Washington, (perché Putin dopo l’11 Settembre aveva proposto agli americani una collaborazione contro il terrorismo islamico, ma Bush decise di fare da solo per tenere fuori la Russia dallo scenario arabo-petrolifero) ma forse non è così; c’è dell’altro da analizzare. Aspettiamo un po’ di tempo.

Putin però ha ribadito anche in questa occasione la disponibilità della Russia a collaborare. Questo lo spot ufficiale:

Russia Today, espressione di una comunicazione non allineata, ha trasmesso in diretta la telecronaca della marcia parigina. L’ha chiamata Unity March to pay tribute on the victims of the terror attacks that killed 17 people, including journalists and policeman.

I relativi talk show testimoniano la consolidata esistenza di un sentimento diffuso in Europa, anche se ancora minoritario: quello di ritenere gli atti di terrorismo in occidente come episodi non spontanei ma programmati in funzione WW3.



sabato 10 gennaio 2015

Upgrading WW3




Oggi c'è stata la grande manifestazione di Parigi per la solidarietà internazionale alle vittime, in particolare ai giornalisti, della sparatoria  avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo. La manifestazione di massa, che ha effettivamente coinvolto la popolazione francese sotto l'effetto emotivo, è stata lo scenario mediatico ove collocare il vertice antiterrorismo tra i paesi che si considerano in guerra con ISIS.

Tale vertice è probabilmente il vero obiettivo di una operazione tesa a creare le condizioni per un upgrading militare nello scontro in atto per la transizione post petrolifera. Sapremo a piccole dosi andando avanti col tempo quali nuove misure abbia veramente adottato il vertice tra servizi, quello però che si può già intuire è che ci saranno misure di protezione estese anche alle redazioni dei giornali militarizzandone così il controllo. Non so se dopo questo vertice con manifestazione legittimante avremo più o meno libertà di stampa, quello che è certo è che i francesi erano in quella piazza per difenderla mentre quelli che erano a vertice antiterrorismo erano in quella stanza per averne di meno. e mi dispiace un po' per quei milioni di francesi che, abbagliati dall'inganno mediatico di questi giorni, sono andati con il cuore di chi manifesta per la pace, ad una manifestazione per la guerra.

Si può poi ipotizzare che in tale vertice siano statai presi tanti impegni per lo scambio di informazioni, ovvero accessi on line a dossier riservati tra polizie e servizi segreti occidentali. Una relativa novità in questo senso potrebbe essere stato il coinvolgimento più stretto del Mossad. Il che spiegherebbe la presenza di Nethaniahu e il carettere esplicitamente antiebraico dell'attaco congiunto a quello attribuito ai fratelli Kouachi, quello all'iper coscher. Nethaniahu infatti è interessato ad ottenere maggiore libertà e titolarità di azione in tutte le comunità ebraiche del mondo. In pratica sta candidando Israele a fare da gestore di una speciale security ebraica gobale. Ma questo lo vedremo andando avanti.

Un altro tema ipotizzabile è quello della stretta sulla rete. Il web è troppo libero e i negoziati internazionali per la sua regolamentazione non favorirebbero la Coalizione, ovvero il grupo di paesi belligeranti, quei paesi che belligerano illegittimamente, ovvero senza l'egida dell'ONU.


Potranno poi esserci anche altre frattaglie e trippette per gatti tipo quelle invocate da Alfano e finalizzate a controllare meglio i flussi del Mediterraneo. Sia Frontex che Mare Nostrum costano troppo e quindi il loro rifinanziamento potrebbe essere una contropartira spicciola per un ruolo più marcato dell'Italia nella guerra.


Buona fortuna.

mercoledì 7 gennaio 2015

Global safety fighters.




Ebola è certamente una minaccia molto seria, ma lo è in termini potenziali, esattamente come i missili e la guerra nucleare. Il virus ebola, e il conseguente pericolo, c'erano già da decenni, ma oggi si aggiunge il vero nuovo rischio: quello di un contagio globale esplosivo, conseguenza assolutamente prevedibile della globalizzazione. E la capacità di fronteggiare quel rischio non dipende da Big Pharma.

Occorrerebbe infatti rafforzare le authority sanitarie internazionali e occorrerebbe accelerare l'adozione delle nuove procedure di sicurezza dei trasporti globali. Tutto questo però riguarda i politici, non gli investitori... E se aspettiamo i negoziati internazionali, se ci mettiamo in coda tra i vari sistemi sanitari nazionali per fare i test, allora i costi della ricerca non li ammortizziamo più. E Big Pharma non ci sta. Non ha tempo da perdere dietro alle spocchiose vecchie procedure. Ecco quindi che occorre dare magnitudo mediatica ai casi africani dove si sperimenta da decenni senza regole e dove si può mettere in riga i governi senza spendere troppo tempo e groppo denaro... Bisogna accelerare, non chiacchierare. Così la pensano i fratelli di grembiule. Grembiuli imbiancati, come i camici baronali.

Vanno pertanto premiati quei paesi che non perdono tempo prezioso ad aspettare le noiose linee guida dell'OMS. I governi più solerti saranno quelli che potranno poi accedere per primi ai benefici dei farmaci di nuova generazione.  Sono i pazienti zero, quelli che producono scambio emoterapeutico di nova generazione, a rappresentare i nuovi eroi. Sono gli alfieri dei nuovi esercitini di ebola fighters. Il loro sangue salverà l'umanità e il loro corpo è un Tempio dove col rischio e il sacrificio personale l'umanità ha trovato le scorciatoie per salvarsi.

Grazie ai nuovi eroi.
E complimenti a Big Pharma.

venerdì 2 gennaio 2015

1915, di Fasanella e Grippo

Lettura interessante, anche se iltesto è un po' diluito, Va bene per approcciare il tema della grande guerra sul quale, in vista del centenario dell'entrata in guerra italiana, l'editoria sembra muoversi in queste settimane.

Lettura

L’introduzione promette un libro di storie narrate senza enfasi o ipocrisie patriottistiche. 

Per quanto attiene al ruolo dell’intelligence italiana, allora ai primordi e in via di formazione, il periodo della neutralità del 1914 serve a preparare l’entrata in guerra dalla parte della Intesa. 

Il contesto di segretezza in cui le operazioni vengono svolte permette di farlo senza uscire dalla Triplice alleanza della quale l’Italia continua a far parte. Si arriva quindi al 1915, anno che dà il titolo al libro. In quell’anno con l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria prende avvio un massacro che dimostra tutta l’impreparazione e l’inadeguatezza militare del nostro Paese che si troverà alla fine con un drammatico bilancio: circa 600.000 morti italiani, 500.000 invalidi e mutilati, 60.000 prigionieri di cui si è persa ogni traccia. Il tutto in un fronte che ha visto ammassati 5.600.000 italiani.

  
L’alpino spia. 

Tullio MARCHETTI è il filo conduttore della narrazione. 
Ufficiale degli alpini di stanza nel nordest d’Italia percorre e ripercorre i confini come capo dell’Ufficio Informazioni 1^ armata Verona per mappare i futuri scenari di guerra. Raccoglie informazioni sui movimenti che avvengono oltreconfine e si avvale di una rete di informatori che scrivono cartoline e lettere cifrate di vario genere. 

E’ un trentino di Bolbeno, irredentista convinto. Negli anni recedenti il conflitto le associazioni culturali e sportive con la scusa di innocue biciclettate realizzano veri e propri raduni patriottici che forniscono i suoi agenti.

Il Club Alpino Italiano e la SAT (società alpinisti tridentini) fanno in modo che “l’andare per montagne era come esercitarsi in una palestra di patriottismo”. Dalla SAT Marchetti ottiene la chiave dei rifugi che gli permette un notevole lavoro di mappatura e fotografia. Ma anche un sistematica opera di reclutamento che tra il 1875 e 1915 fornirà, servendosi della Unione Ginnastica, del Veloce Club e varie bande musicali, tutto il vivaio di informatori e spie.




Ecco un paio di vicende che mi hanno particolarmente stimolato ed incuriosito. 



Nel Marzo del 1916 l’Ufficio Centrale di Informazioni registra nel clima del Paese una situazione di criticità politico-sociale e diffonde una nota che segnala un pericolo per il ministro dell’interno Orlando. 

Alla base del pericolo starebbe il fatto che nell’esercito un particolare settore di ufficiali non si sente sicuro e degnamente rappresentato. L’ufficio si concentra in particolare nel monitoraggio della massoneria di palazzo Giustiniani. Il controspionaggio controlla e documenta ogni riunione. Si teme che nel Grande Oriente si scateni l’attivismo terroristico repubblicano. “Si prospetta una alleanza tra massoni repubblicani, socialisti interventisti e una parte dell’esercito vicina ai Fratelli” lo stesso Giolitti, seppur emarginato, lamenta il pericolo di un governo militare antiparlamentare. 

In tal contesto Cadorna nella primavera del 17 avrebbe giocato un’intentona conclusasi con la sostituzione del capo dei servizi segreti. In ogni caso secondo la ricostruzione del libro, Cadorna arriverà al massacro di Caporetto fortemente delegittimato e circondato da generali massoni a lui avversi.



I moti operai della Torino del 1917, studiati da Gramsci, sono considerati come la versione italiana del tentativo di far franare dall’interno il fronte italiano secondo il modello russo. In proposito il questore di Torino scrive esplicitamente usando la formula della “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”. Gramsci scrive in “Passato e presente” che i fatti di Torino furono certamente spontanei a causa dalla mancanza di pane, ma tale mancanza non fu casuale bensì dovuta al boicottaggio della burocrazia giolittiana.


Pg. 245 – massoneria e forze armate.

Nell’Ottobre del 1917 il crollo russo offre una opportunità di riorganizzazione strategica per la Germania. Essa infatti col piano Waffentreu attacca il nostro fronte per ributtare gli italiani oltre i tagliamento. Allo scopo sposta i cannoni e spedisce migliaia di treni verso sud. E’ difficile credere che l’Italia non se ne accorga, ma l’unica tattica che essa adotta è quella della difesa ad oltranza. Sul Tolmino cannoni di Badoglio tacciono per tutta la notte del 24 e solo giorno dopo ci si rende conto dell’enorme disastro militare. Undicimila morti, trentamila feriti, mezzo milione di sbandati, ritirata da Isonzo a Piave. La sede di Udine viene lasciata sguarnita e l’Evidenzbureau si appropria di tutti i codici e delle mappe relative all’ubicazione delle stazioni d’ascolto. Tra le carte vi sono anche i nomi degli informatori trentini.
Cadorna viene sostituito con Diaz. Ciò accontenta gli alleati che non lo sopportavano ma accontenta anche la massoneria. Badoglio era massone e perciò nonostante fosse stata la sua armata, la 27^ a cedere per prima spezzando il fronte, egli verrà protetto durante i lavori della commissione d’inchiesta.

Pg 249 – Ai primi di Novembre 1917 l’Ufficio Centrale di Informazione si concentra su un nuovo pericolo interno: un complotto golpista dei settori massonici più interventisti. 

Sono repubblicani antiparlamentaristi. Il loro comitato segreto di guerra stila liste di socialisti e dei giolittiani da eliminare ecc. nell’ambito di un moto rivoluzionario che proclami l’abbattimento della monarchia. Sono tanti e bene armati, dicono i rapporti, e possono contare su appoggi capi militari e dirigenti pubblici. Temono il rischio di una pace separata. E quindi sono quasi certamente sostenuti e finanziati da Austria e Germania. Sono però sostenuti anche dai grandi industriali che fanno affari con la guerra. Ansaldo, acciaierie di Terni e Fiat sono quelli nominati dal libro, ma in quel periodo anche Marzotto viveva di commesse militari. Qui a pagina 251 si ricorda che Ansaldo nel 1914 aveva un patrimonio di 45 milioni di lire e alla fine della guerra il patrimonio ammontava a 135,5 Milioni di lire.

I golpisti fissano la data dell’attacco a Febbraio 1918. L’insurrezione, che viene preparata nel segreto assoluto, dovrà attaccare anche il Vaticano. Le riunioni avvengono col cappuccio e si giura sul pugnale e sul teschio.
255 – Tullio Marchetti nel 1918 “metterà su l’Arena per seguire le fasi finali del conflitto” e viene scelto da Diaz per la firma finale dell’armistizio di Villa Giusti il 3 Novembre 1918.

La storia dell’Alpino spia ha fin qui funto da leit motiv del libro. Ora l’ultima parte, la settima, racconta della guerra dei codici.


Telegramma Panizzardi. 

E’ un episodio di fine ottocento, legato anche al caso Dreyfus. 15 Ottobre 1894 arresto del capitano francese con l’accusa di spionaggio a favore di potenze straniere. Germania e Italia nelle settimane successive alimentano e sostengono i giornali francesi che montano lo scandalo, mentre i principali giornali francesi montano una campagna anti italiana. Il colonnello Alessandro Panizzardi è l’addetto militare presso l’ambasciata italiana a Parigi e sollecita, con messaggi cifrati, il governo italiano a smentire le voci di contatti preliminari con Dreyfus. Il Bureau de Chiffre in poche ore individua il codice usato: si tratta di un codice commerciale elaborato dall’ingegnere torinese Paolo Baravelli. Un codice debole, non protetto da sovracifrature. Le autorità francesi sfruttano il vantaggio per lasciar montare l’ostilità della pubblica opinione contro i paesi della Triplice Alleanza, anche sacrificando l’onore del loro capitano il quale, dopo essere stato mandato in Guyana, ile du Diable verrà scagionato solo nel 1906.

domenica 28 dicembre 2014

Joe Hill rivoluzionario folk singer



Fucilato il 19 Novembre 1915 per eseguire la pena di morte decretata dallo stato dello Utah dopo un processo di dubbia legittimità, l’immigrato trentacinquenne svedese Joel Hȁgglund è oggi un eroe del sindacalismo unitario americano ed internazionale. Il 2015 ci porterà il centenario della sua morte.



Aveva cambiato il suo nome in Joel Emmanuel Hillstrom, poi diventato Joe Hill, dopo essere stato schedato dalla polizia come sovversivo.


Era nato a Gȁvle (città di settantamila abitanti a nord di Stoccolma) figlio di Margareta Katalina e Olof Hȁgglund. Il padre era un ferrotramviere amante della musica che gli fece prendere lezioni durante l’infanzia. Il piccolo Joel infatti sapeva suonare il pianoforte, l’organo, la chitarra e il violino. Quest’ultimo era il suo strumento preferito.  


Era giunto in America nel 1902 per fare il facchino a New York, l’operaio a Chicago e infine, dopo vari viaggi (da agitatore politico-sindacale anche in Messico), si stabilì a Salt Lake City nell’autunno del 1913. Aveva da tempo aderito al sindacato rivoluzionario I.W.W. e nell’annata 1910 si possono trovare suoi scritti nella rivista ufficiale del sindacato. Si fece conoscere per le sue qualità di musicista-propagandista componendo e adattando motivi già esistenti o nuovi versi da lui medesimo composti in tema di lotta di classe e diritti dei lavoratori. La sua produzione arricchì il Libretto Rosso di Canzoni dell’I.W.W. (Little Red Song Book).




Il 13 gennaio del 1914 Joe Hill venne arrestato e portato nel carcere di Salt Lake City dove fu mostrato al figlio di un commerciante che era stato ucciso in una sparatoria. Fu sulla base di questo incerto riconoscimento che venne accusato di omicidio volontario. L’arma non venne ritrovata e Joe hill si dichiarò not guilty. Scelse di difendersi da solo per sfiducia nel sistema e fallì ogni difesa processuale. Venne condannato a morte offrendogli di scegliere tra l’impiccagione e la fucilazione. Scelse quest’ultima. La sentenza però venne eseguita più di un anno dopo perché l’azione di sostegno solidale I.W.W, peraltro da lui non richiesta e mai sollecitata, fu molto efficace trasformando il suo processo in un caso internazionale che produsse anche l’interessamento del presidente Wilson. Gli avvocati del comitato di difesa furono sul punto di ottenere la revisione del processo, e anche il ministro svedese pubblicò un appello per la non esecuzione della sentenza, ma la mattina del 19 Novembre 1915 un plotone di esecuzione formato da quattro specialisti di tiro nascosti dietro una tenda, spararono sul suo petto ponendo fine ad una vita dedicata ai diritti e alla dignità dei lavoratori.








La vita e la figura di questo sindacalista agitatore delle IWW (Industrial Workers of the World), venne rilanciata dallo scrittore americano Dos Passos, il quale dedica un intero capitolo alla sua figura nel romanzo “1919” uscito nel 1932.


I suoi versi e le sue melodie sono state cantate da milioni di lavoratrici e lavoratori americani nelle lotte degli anni trenta e degli anni sessanta. E le ballate scritte su di lui hanno accompagnato tutta l’epopea dei grandi folk singers nella lotta per la conquista dei diritti civili.


Da non perdere quelle di Peet Seeger e Joan Baez.






Nel 1990 la Svezia emise un francobollo commemorativo della figura artistica di Joe Hill.


Sul web si può trovare un sito elegante ed esauriente che ne onora la memoria:

http://www.joehill.org/


domenica 7 dicembre 2014

Daje ar gomblotto!



Bruno Tinti è certamente una persona seria e politically correct. Lo dimostrano la sua biografa, almeno quella che appare sul web, e i suoi articoli. Intendo dire che non penso sia in malafede quando scrive commenti che stanno tra l’ingenuo e il negativo.

Giovedì 27 novembre u.s. è uscito sul Fatto Quotidiano a pagina 18 un suo commento in tema di complottismo in un articolo che presenta entrambe tali caratteristiche. L’estensore attacca l’ultimo libro uscito con CHIARELETTERE, ovvero MASSONI società a responsabilità illimitata, di Gioele Magaldi e Laura Maragnani. Egli attacca sul punto debole ovviamentee cioè il fatto che i due autori evocano documenti segretissimi che però non sono producibili e pertanto vanno creduti sulla parola.

Ora fin qui posso essere d’accordo anch’io, ma il prosieguo della lettura mi allontana sempre più dalle sue posizioni. Egli infatti tratta con superficialità una serie di temi degni di ben altra considerazione.

Egli parte dalle scie chimiche, che sono l’argomento polemico preferito dagli anti complottisti, per arrivare alle “multinazzzionali” intese come perenne approdo infondato dei ragionamenti complottistici. Egli si riferisce a conversazioni tra suoi amici e parenti, ma stende di fatto un articolo che si riferisce ad atteggiamenti largamente diffusi. Egli si dichiara disturbato più che altro dall’atteggiamento di chi sostiene gli argomenti complottisti con “arrogante certezza disinformata”. E ciò lo disturberebbe molto più che dover ammettere che inquinamenti e colpi di stato vadano imputati a “grandi società di estrazione”.


Egli definisce il complottismo una “mania” molto antica e fa riferimento al terrorismo della RAF e delle Br. In quegli anni, scrive Tinti, i complottologi sostenevano l’esistenza di un grande vecchio senza spiegare in favore di chi e per ottenere che cosa costui operasse. Inoltre, sostiene, i complottologi non spiegavano come facessero a sapere della sua esistenza. Tinti evidentemente si è dimenticato chi era la fonte della tesi del grande vecchio, ovvero Bettino Craxi presidente del Consiglio in carica. Personaggio costui che risulta difficile far passare per arrogante conversatore disinformato.

Egli poi fa riferimento a sue inchieste di magistrato. Tanto di cappello per la Telekom Serbia dove le accuse di cospirazione si rivelarono infondate e i protagonisti, del calibro di Prodi per capirci, vennero prosciolti, ma al lettore resta l’impressione che la fonte Igor Marini fosse, quella sì, un falso complottista che prese in giro gli inquirenti.
E forse sono proprio esperienze un po’ umilianti come quella a consolidare nell’animo di chi le ha subite una profonda antipatia verso il complottismo…



Il magistrato italiano Paolo Ferraro. Nel caso di questo magistrato Bruno Tinti sembra piuttosto perentorio: “lo hanno sospeso dalla magistratura per infermità mentale “. Mi pare voglia dire che non è credibile ciò che dice. Mi vengono in mente due casi. Uno riguarda il mio amico Rolando che era ritardato mentale, non sapeva leggere e passò una parte significativa della vita in un istituto, ma quando volevo sapere che film facessero nei vari cinematografi della ma città chiedevo a lui e non sbagliava mai. L’altro è che Solgenitzin secondo la medicina ufficiale sovietica, che non era per niente arretrata, era infermo di mente, ma nessun giornale occidentale ci ha mai creduto e, anzi, ha sempre creduto nelle sue descrizioni dei gulag.

 

Ovviamente ognuno è libero di pensarla come crede, ma penso comunque che sia utile sentirlo, questo Paolo Ferrero, solo per farsi un’idea…


 

 

 
...una profonda antipatia verso il complottismo… risulta difficile.

 

 

domenica 16 novembre 2014

G 20 o G five?

La retorica di questi giorni sul venticinquennale della caduta del muro di Berlino non ha dato all’intervento di Gorbacev lo spazio che avrebbe meritato. L’obiettivo propagandistico del mainstream occidentale era quello di rivitalizzare il ricordo dell’evento che simboleggerebbe la vittoria della guerra fredda. Ma se quella guerra fosse finita ci sarebbe oggi la pace, mentre invece non è affatto così. C’è inoltre un ostinato conformismo mediatico, sempre più schiavo della propaganda militare occulta, che rischia di fare il peggio.

Il New York Time col suo inserto a pagamento ha pubblicato questa settimana una intervista a Gorbacev. Si tratta di un supplemento che spiega direttamente le posizioni russe senza mediazioni più o meno strumentali della stampa occidentale; un foglio di quattro pagine che ci permette di conoscere un punto di vista alquanto oscurato.



I nostri telegiornali hanno in particolare messo in ombra le chiare critiche di Gorbacev all’inadempienza occidentale con riferimento alla Carta di Parigi per una nuova Europa. Un documento sottoscritto da tutti i paesi europei, gli Stati Uniti e il Canada nel 1990. Esso all’epoca costituì un fattore di affidabilità nei confronti dell’occidente da parte dei sovietici perché ad esempio prevedeva la creazione di un Consiglio di Sicurezza per l’Europa, ma non fu poi realizzato. Fu lasciato cadere lasciando il posto al processo di espansione della NATO che prese corpo nel decennio successivo. Questa inadempienza sta alla base della incomprensione attuale, con il rischio di ricadere in una nuova guerra fredda.


La NATO, che si è espansa ad est dalla Lituania alla Polonia, ha assunto una funzione di apripista per l’allargamento dei mercati globali imponendo standard tecnologici ed infrastrutturali tali da rendere irreversibili, una volta adottate, le misure commerciali dei paesi aderenti.
Pertanto la discussione e gli stessi principi che caratterizzano l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ne viene fortemente condizionata nella speranza, tutta nordamericana, di conservare il vantaggio competitivo. In questo quadro la Russia, quand’anche adottasse irreversibilmente l’ideologia liberale sulle dinamiche di mercato, si troverebbe in una inaccettabile competizione svantaggiata. In ciò consiste a mio avviso la ipocrisia dell’occidente, laddove propagandando principi di libertà impone svantaggi strutturali ai competitors.


Il G20 di Brisbane avrebbe avuto l’ovvia priorità di cercare un nuovo impulso al mercato globale, ma anziché predisporre una agenda mirata ad affrontare le questioni mondiali ha visto il gruppo del G7 tentare di imporre una agenda che riguardasse al massimo la congiuntura dei 20 paesi più ricchi del mondo.
Quindi la lente distorta dei media occidentali ha imposto i temi di un dibattito fuori agenda. Stando a questo maistream a Brisbane il mondo, scandalizzato dall’invasione russa dell’Ucraina, ha isolato e condannato Putin che se ne è andato prima con la coda tra le gambe.
I nostri strapagati giornalisti, quelli che usano abbeverarsi a Washington, hanno fatto la loro parte con pieno senso della disciplina. Complimenti.



Peccato che la realtà sia ben diversa: a Brisbane un Obama definitivamente delegittimato dalle elezioni di medio-termine, una UE inconsistente rappresentata da un ragazzino delegittimato dalla proprie piazze e una Merkel cortesemente odiata da Francia e Inghilterra hanno nascosto il proprio pantano finanziario dietro una falsa polemica antiputiniana che ha fatto ridere i cinesi, gli indiani i sudafricani e i brasiliani.






Golpe argentino

On March 24, 1976, Argentina's armed forces dismantled Isabel Perón's constitutional government amid economic crisis, rampant infla...