venerdì 23 aprile 2021

Trump, John George

 




John George Trump è nato A New York il 21 Agosto del 1907 ed è morto il 21 Febbraio 1985. Fu professore al MIT dal 1936 al 1973. Egli non seguì la carriera di imprenditorialità edilizia del fratello e della sorella, preferì lo studio teorico dell’ingegneria e della fisica laureandosi prima a new York e prendendo il dottorato presso il MIT nel 1933. Durante WW2 egli ebbe la possibilità di partecipare allo sviluppo di tecnologie segrete lavorando presso la Radar Division, il cui chairman era il presidente del MIT, e divenendo nel 1942 segretario del Comitato per le Microonde. Ciò gli permise di collaborare con il Britain's Telecommunications Research Establishment.

Egli però è balzato alle cronache odierne che hanno visto suo nipote Donald Trump divenire Presidente degli USA, per la sua relazione con le ricerche di Tesla. Alla morte di quest’ultimo infatti, morte che avvenne a New York nel Gennaio del 1943, i progetti e gli appunti vennero messi in custodia e vennero affidati proprio a Trump, che a questo punto ne aveva le competenze, il compito di analizzarli e studiarli.

Nel 1952 gli eredi Tesla (la nipote) ottennero il diritto di rientrare in possesso delle proprietà del nonno e sessanta bauli vennero a più riprese inviati a Belgrado assieme alla ceneri che dal 1957 sono riposte in un mausoleo dedicato alla memoria dello scienziato. Ciò fu reso possibile anche dal fatto che John George Trump aveva dichiarato i materiali scientifici di Tesla da lui esaminati non pericolosi per la sicurezza nazionale anche qualora fossero finiti in mani nemiche.

 

Nel corso del 2019 in una delle tante polemiche contro Donald Trump molti giornali americani veicolarono la tesi che il Presidente fosse affetto da seri disturbi mentali e che i suoi tweet in particolare esprimessero un patologico desiderio di crudeltà e vendetta. Ebbene in quel frangente Donald Trump fece una dichiarazione secondo la quale egli si sarebbe fatto costruire “la più potente arma di distruzione mai posseduta da essere umano”. Potrebbe essere una tipica provocazione egocentrica oppure una preoccupante esternazione di portata geopolitica. Sta di fatto che le paure dell’opinione pubblica americana sono state in tale periodo alimentate da ipotesi giornalistiche secondo le quali Donald potrebbe essere stato in possesso di informazioni scientifiche segrete sugli studi di Tesla passategli da suo zio. Tali informazioni potrebbero quindi essere state sviluppate in una speciale arma segreta oggi in possesso del Pentagono.

Esiste quindi una tesi complottista sulle armi segrete Tesla-Trump. Essa in sintesi narra che non tutti i bauli contenenti l’eredità di Nikola Tesla sarebbero stati inviati a Belgrado negli anni cinquanta, ma una ventina di essi, contenente importanti tesi energetiche, sarebbero rimasti a disposizione della FBI fino al 1966 quando il Presidente Lyndon Johnson dispose lo scioglimento dell’ufficio (come quello dei mitici X-Files) che li conservava. Allora essi sarebbero tornati a disposizione del loro esaminatore al MIT. In effetti all’epoca si era parlato, senza suscitare particolare interesse, di un esperimento chiamato NICK PROJET per valutare la realizzabilità delle invenzioni Tesla. Sta di fatto che nella documentazione e la letteratura scientifica oggi disponibile sui materiali Tesla sembra vi siano dei riferimenti scritti dallo scienziato stesso a progetti di cui non si trova traccia né negli USA né nella ex Jugoslavia.

Si tratterebbe di “energia libera” e del famoso “raggio della morte” reso famoso dai fumetti americani. In pratica armi in grado di abbattere e/o distruggere aerei in volo senza lasciare tracce. Accidenti.

 

In ogni caso è utile sapere che nel corso del 2020 anche sulle riviste italiane è apparsa più volte la notizia che la startup neozelandese EMROD ha realizzato il prototipo per la trasmissione elettrica wireless cosa che permetterebbe l’elettricità senza fili e l’auto senza batterie. Ebbene il campo privilegiato dalle storiche sperimentazioni di Nicola Tesla era proprio la trasmissione di energia senza bisogno di cavi. Tra gli esempi che girano c’è quello della torre Khalifa, un noto grattacielo di Dubai che permetterebbe di posizionare un ripetitore a 828 metri di altezza, permettendo così la trasmissione wifi della corrente elettrica a distanze di 102 Km. Perbacco.

 




Il rapimento della figlioccia di John Lennon

 





Il 23 Aprile del 1971, mentre a Valdagno si contano gli incarcerati a Padova per l'abbattimento della statua di Marzotto, John Winston Ono Lennon e Yoko Ono vengono coinvolti nella vicenda nota come  Rapimento di Kyoko. 

Si tratta di Kyoco Chan Cox figlia di primo letto di Yoko Ono. 

Albert Goldman nella sua ostile biografia su John Lennon racconta a pg 392 e segg che l’ex marito di Yoko con la sua nuova moglie Melinda Kendall ottennero l’affidamento della figlia Kyoco Chan Cox. Costei era tenuta nascosta a Maiorca presso il Maharishi Yogi quando i Lennon la presero arbitrariamente in custodia correndo il rischio di essere accusati di rapimento. 

In effetti la polizia di Palma de Maiorca li bloccò per dodici giorni con tanto di sequestro del passaporto. 

Fu il manager Allen Klein a negoziare la soluzione: gli affidatari se ne andarono dall’isola in cambio di soldi in nero. Tornato a Londra John compose Imagine aggiungendo… all the people living life in peace).




domenica 18 aprile 2021

il diciannove aprile di Valdagno

 


Il 19 Aprile del 1968 alla sera, dopo una giornata di manifestazione sindacale con sciopero e presidio delle portinerie, il monumento a Gaetano Marzotto senior è stato abbattuto tra le 20 e 45 e le 21.





Una corretta ricostruzione storiografica della giornata del 19 Aprile 1968 non può che passare attraverso l’esame di alcuni documenti. In primis il documento il rapporto del Commissario alla Pubblica Sicurezza. SI tratta del DOCUMENTO ALLEGATO alla denuncia per reati commessi da 42 persone in stato di arresto con altre cinque a piede libero.

I responsabili delle forze dell’ordine in quella giornata furono il vice questore dr. Vincenzo Patania e il comandante della tenenza dei carabinieri ANDREA FOTI.

Cronaca:

Venerdì 19 Aprile 1968. Stabilimento Marzotto Valdagno (largo Margherita 1)

ore 5,00 – un plotone di carabinieri prende posizione sugli scalini della portineria e con dei cordoncini viene allestito un passaggio che ha lo scopo di garantire la libertà di ingresso a funzionari, impiegati e dirigenti durante il previsto sciopero. Dieci giorni prima in un analogo sciopero gruppi di impiegati erano andati al lavoro e gli operai organizzatori avevano annunciato pubblicamente che non avrebbero più consentito l’ingresso allo stabilimento a nessuno.

ore 6,00 gli operai che escono dal turno di notte si fermano sulla scalinata per costituire il picchetto di sciopero sindacale.

Ore 7,00 si crea un sempre maggiore assembramento su tutta la scalinata e progressivamente sul piazzale. Il tenente Foti ordina ripetutamente lo sgombero della scalinata ma non viene ascoltato e quando i carabinieri cominciano a spingere fisicamente alcune persone iniziano i primi tafferugli con urla ed insulti. Il rapporto riferisce del primo ferimento di un carabiniere da parte di una donna che lo colpisce con la borsa. I carabinieri sono totalmente accerchiati e di fatto immobilizzati da una folla che supera già il migliaio di persone. Le scalinate sono irraggiungibili a chiunque si unisca all’assembramento.

Ore 8 -  8,30 arrivano progressivamente frotte di giovani delle scuole medie superiori in solidarietà. La folla li applaude e li lascia passare su piazzale. Fonti sindacali parlano di trecento studenti. Il rapporto di polizia dice che essi siano stati fomentati a partecipare allo sciopero davanti ai cancelli delle scuole da soggetti “estranei a Valdagno”.

Ore 8.30 – 9 arrivano funzionari di polizia che però non sono messi in grado di raggiungere i carabinieri intrappolati. Si riaccendono i tafferugli sulla scalinata, alcuni dimostranti aggrediscono e picchiano con calci e pugni il tenente Foti. A questo unto i cordoncini dell’inutile passaggio lungo la scalinata sono spariti.

Ore 9 – 9.30 arrivano altre forze di polizia. I funzionari di polizia ordinano la prima carica. E’ in questo momento che la massa operaia, composta da migliaia di valdagnesi reagisce inaspettatamente contro le forze di polizia. Ogni ordine di assembramento viene disatteso con fermezza e la carica non sortisce effetto.

 

L’assembramento rimane per tutta la mattinata con una lenta diminuzione che però si ricostituisce tra le ore 13 -13,30 in vista del secondo turno di lavoro.

Ore 14.30 un assembramento di oltre 500 persone presidia ancora la portineria, i carabinieri mettono in atto una “manovra di alleggerimento del servizio” ma “un gruppo di facinorosi” li assale “alle spalle” con violenza. Seconda carica di polizia.

L’obiettivo dichiarato dal vice questore Patania è quello di “strappare dalle mani dei violenti alcuni militi” e il rapporto afferma che “i funzionari riconoscono con certezza alcuni studenti di sociologia di Trento e alcuni iscritti al PSIUP DI VICENZA”.

Vi sono qui i primi due fermi che riguardano Savi Luciano e Massignani Guido i quali non sono né studenti né militanti del Psiup. L’accusa è quella di “oltraggio e violenza alla forza pubblica”.

Questa notizia re-innesca un terzo progressivo assembramento di valdagnesi davanti alla fabbrica con una dimensione ancora più grande della mattinata, che raggiunge l’ordine delle migliaia alle ore 17. A costoro si aggiungono vari rappresentanti del Consiglio Comunale ed esponenti del commercio e delle botteghe del centro. Intervengono il vice sindaco Visonà e il Professor Sergio Perin. Il loro discorso sulla scalinata contiene anche accenni di rimostranza verso le forze dell’ordine. Ma soprattutto contiene l’impegno a coinvolgere il Comune nella trattativa per comporre la vertenza e richiede il rilascio dei due fermati.

Il professor Perin e il Commissario di Pubblica Sicurezza con la confusa presenza di sindacalisti intavolano una trattativa nei locali della portineria per il rilascio dei fermati e lo sfollamento della piazza. Ma l’assembramento, lanciato con il passa parola, non si scioglie.

ORE 19 Il sindacalista della UIL Manfron e Sergio Perin riprendono la parola dalla scalinata e annunciano la definitiva conclusione della giornata di lotta invitando i cittadini e i lavoratori a tornare a casa. I due fermati, essi affermano, sono stati rilasciati.

C’è un leggero sfollamento ma molti rimangono. La questura parla di seicento persone che lanciano “grida di sedizione” contro le forze dell’ordine.

Tra le 19 e le 19,30 avviene il secondo salto di violenza della giornata perché parte una fitta sassaiola che si abbatte anche sulle finestre della sala mensa. La situazione si rivela non più governabile e il vice questore Vincenzo Patania ordina la terza carica che questa volta è molto pesante con rinforzi della Celere giunti da Padova, l’uso del gas lacrimogeno e il sopraggiungere dell’oscurità.

Lungo le vie d’accesso iniziano i caroselli dei carabinieri con pestaggi e fermi. Vengono divelti pezzi di travertino dal ponte degli operai, la villa di Paolo Marzotto, oggi sede del centro Villa Serena, viene fatta oggetto di incursioni nel giardino. Altri atti di violenza vengono segnalati nelle ville dei dirigenti.               Vi sono anche accensioni di falò, uno dei quali davanti al cancello della villa di Gaetano jr oggi sede del Centro Anziani Villa Margherita. Fino a notte inoltrata continuano le violenze e gli arresti arbitrari in varie parti della città e saranno soprattutto queste a colpire la stampa locale e nazionale dei giorni successivi.

Ma per descrivere questa parte della giornata, la più scomposta e violenta la cosa migliore è ricorrese alla descrizione che ne fece il professor Giuliano Zoso, poi onorevole. Costui scrisse al ministro degli Interni quanto segue:

“ In merito ai gravi incidenti avvenuti a Valdagno, venerdì 19 Aprile 1968, in occasione dello sciopero dei dipendenti della Marzotto … si richiama l’attenzione sua, Signor Ministro, … sul comportamento delle forze dell’ordine in occasione dei sottoindicati eventi:

a)      tra le  19,45 e le 21.00 circa, una ventina di dimostranti infrangevano i vetri della mensa aziendale;

b)      tra le 20,45 e le 21,00, a meno di un kilometro di distanza veniva abbattuto il monumento a G. Marzotto;

c)       tra le 22 e le 23 venivano compiuto atti vandalici contro il Magazzino della Lana, il Jolly Pasubio e il Ponte del Tessitore. Testimoni oculari hanno dichiarato che si trattò sempre di piccoli gruppi, che potevano facilmente essere dispersi.

Le forze dell’ordine, invece, rimasero arroccate dentro allo stabilimento e in caserma, mentre sarebbero state in numero sufficiente per un’azione dimostrativa in grado di sedare sul nascere ogni tumulto.

Tenendo presente che i primi scontri della sera cominciarono verso le ore 19,00 e che la polizia agì su larga scala solo dopo le 23.00 risulta che Valdagno rimase senza adeguata protezione per più di quattro ore.

Nel frattempo carabinieri e polizia difesero esclusivamente la Portineria del Lanificio e la Caserma, nei pressi della quale i carabinieri operarono alcuni fermi di giovani tra i 14 e i 21 anni, verso le ore 19, tre di questi venivano picchiati e malmenati prima che fossero loro richieste le rispettive generalità. Solo in un secondo tempo furono rilasciati perché manifestamente estranei agli incidenti. I rastrellamenti cominciarono dopo le ore 23. Tale ritardo implicò l’arresto indiscriminato di persone che a quell’ora erano casualmente per strada.

Questo spiega perché sono state fermate, tradotte in prigione e denunciate persone che non avevano partecipato agli atti commessi in precedenza. […]”

 

 

Il testo prosegue poi evidenziando un giudizio di “manifesta disorganizzazione” ed incapacità dei carabinieri dal quale egli, a nome del Movimento Giovanile D.C. trae “motivo di gravi perplessità sul modo con cui viene impiegata la forza pubblica.

Ma l’affermazione più significativa viene fatta nel capoverso successivo laddove egli scrive:

Infatti, al di là dell’iniziale manifesta disorganizzazione, e pur tenendo conto dell’attiva presenza di alcuni elementi estranei all’ambiente tesi a strumentalizzare in senso eversivo una vertenza strettamente sindacale, si fa strada e prende corpo il dubbio che polizia e carabinieri siano al servizio più dei privati che della comunità …”.

E conclude con una serie di considerazioni finali a supporto della richiesta che siano prese “adeguate e severe misure affinché simili azioni non abbiano a ripetersi.”

La lettera porta la data del 27 Aprile 1968. I privati qui citati non possono essere altri che i Marzotto e i loro dirigenti.

 



 

La stampa dei giorni successivi e i Marzotto si accaniranno sul concetto delle ingerenze estranee ma se anche ciò fosse stato come risultato di azioni e provocazioni infiltrate dalla polizia ciò riguarderebbe i vandalismi dell’ultima parte della giornata. Tutto ciò che è avvenuto nella giornata, compreso l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto sr lo hanno fatto i valligiani.









 


martedì 16 marzo 2021

Caro Aldo Moro stai sereno

 





[16 Marzo 2021]

Nel 43 esimo da Via Fani emerge qualche timido cenno di verità. Non ho capito perché l’anno scorso quando era già tutto pronto con la relazione Fioroni dell’ultima commissione Moro, non se ne è parlato. Forse il mainstream non era pronto e si reso necessario il lavoro di più di un anno per preparare la nuova strategia di narrazione.

C’è anche da dire che la Commissione Fioroni era stata composta nella legislatura precedente e i nuovi parlamentari dovevano studiare gli atti, sta di fatto che sono passati in tutto due anni nel silenzio totale sulla verità già disponibile negli atti pubblici. A stare zitto è stato il mainstream. E vedremo come si evolverà la cosa nei prossimi cinquanta giorni.

Le novità vengono centellinate. La principale che oggi mi è passata sotto gli occhi è quella di Rai Storia nella rubrica IL GIORNO E LA STORIA dove il commento è stato affidato al direttore della Gazzetta del Mezzogiorno. Ebbene costui ha detto con chiarezza che i brigatisti quella mattina non erano soli ma c’era un gran crocevia di servizi segreti da tutto il mondo. Egli nomina americani, sovietici Israele e OLP e commenta che le grandi potenze temevano che la politica di Moro potesse destabilizzare gli equilibri occidentali ed orientali. Moro infatti lavorava per un compimento totale del sistema democratico in Italia con l’alternanza tra maggioranza e opposizione aperta anche ai comunisti.

Ma oltre a questo il commento del direttore della Gazzetta del Mezzogiorno risulta sorprendente perché accenna al fatto che Moro, dopo 55 gg terribili, sarebbe stato ucciso da un killer della ‘ndrangheta che era già presente a via Fani.

Ciò significherebbe che non sono state le Brigate Rosse ad uccidere Moro e questa sarebbe la affermazione più difficile da accettare dalla opinione pubblica e comporterebbe una smentita difficilmente sostenibile della narrazione ufficiale concordata tra Cossiga e Morucci.

Quest’ultima parte non viene accennata dal Fatto Quotidiano. Esso, con un articolo di tale Gianluca Cicinelli, una firma che non avevo mai visto prima, a pagina 17 incentra le novità sulla sparatoria, parlando esplicitamente di “depistaggio di Stato” e manipolazioni delle perizie che verrebbero dimostrati ed acquisiti nella relazione Fioroni. Quel giorno a Via Fani si sparò anche dal lato destro della strada e con una perizia incompatibile con il livello di preparazione militare di Bonisoli & C. Il punto è che pertanto anche la scorta, i poliziotti e gli uomini dello Stato, non sarebbero stati uccisi dalle Br, e la roro eliminazione avrebbe fatto parte di una pianificazione con copertura dei nostri servizi.

Non sono state le Brigate Rosse, che però se ne sono assunte la responsabilità politica, ma è stato lo Stato Italiano soggiogato da poteri extra nazionali, ad eliminare Moro. E’ una verità difficile da dire ufficialmente; soprattutto da parte di giornalisti che sui precedenti 43 anni di balle hanno costruito la propria carriera.

 

 


domenica 14 marzo 2021

Dall’ALASCA a MADAME, strage di buon senso.

 






Anche questa settimana avvalendomi del diritto alla libertà di pensiero leggo i giornali ed esprimo le mie opinioni.

Ebbene noto che il NYT titola sulla lotta al Covid in Alasca e dedica un articolo ad Elon Musk osannato in Cina sui social mentre Il Giornale di Vicenza assomiglia sempre più ad un bollettino sanitario vaccinista innamorato di Big Pharma.

1 - Il governo federale USA non si lascia spaventare dai costi della campagna di vaccinazione in Alasca. Raggiunge i più sparuti centri e vaccina in casa. E’ un colpo di reni per prevenire un blocco totale ancor più drammatico: “a blacklash to battling a lockdown”. Chi più vaccina più conta e le multinazionali tengono d’occhio i vari governi.

Sulla Cina l’articolo di Raymond Zhong sfarfalleggia tra i commenti favorevoli che la rete cinese concede ai fans di Elon Musk per i suoi lanci Space X verso Marte e per il suo endorsement alle azioni GameStop (che avevano scosso a sorpresa i mercati finanziari). Tra una riga e l’altra si chiarisce che a Shanghai nel 2019 ha preso avvio l’attività di una gigantesca fabbrica di automobili futuristiche Tesla. Ma il regime politico cinese mantiene le riserve verso il Tycoon; lo considera troppo spregiudicato e poco attento ai lavoratori. Ieri la crescita di prestigio di Mask veniva presentata come un successo che veniva ostacolato da Trump, oggi come un successo che viene ostacolato dal regime comunista.  

Il problema vero è che Musk si muove al di fuori dei diktat dell’establshment e ciò dà fastidio ai giornali di regime. 

 

2 – Il Sole24Ore presenta, tra altre finezze, un’intervista a Pasquale Frega, Ceo di Novartis Italia, nella quale vengono pompate le scelte comunicative della multinazionale farmaceutica. Essa inaugura una comunicazione diretta con le famiglie italiane con l’obiettivo di migliorare la percezione verso la ricerca e i vaccini. Lo fa ricorrendo a filmati con contenuti tipicamente social e fa finta di essere motivata da un’etica che persegue obiettivi di miglioramento culturale degli italiani.

Ovviamente si tratta solamente delle solite balle del marketing farmaceutico. Un marketing sempre più invasivo che da decenni è orientato alla produzione di farmaci per persone sane (Viagra, Ritalin, vaccini ecc.) perché le persone malate sono un mercato troppo ristretto. Perciò si aumenta la quota di investimenti dedicati alla produzione di contenuti narrativi anziché alla ricerca di maggior sicurezza del farmaco.

 

3 -  Valdagno ha meno di 26 mila abitanti a fronte di Arzignano che segna quota 25.173, Siamo alle soglie del sorpasso e il nuovo direttore dell’azienda sanitaria sembra averlo molto chiaro. Anche i precedenti non erano male da questo punto di vista, ma almeno tentavano una vaccinazione più vicina alla gente. Questo se potesse ci farebbe vaccinare a Mestre. Magari con una legge d’obbligo vaccinale sostenuta da Confindustria e Sindacatì.

Il problema è che il centro politico si sposta sempre più dall’asse pedemontano alla pianura perché lì c’è più spazio per i capannoni. A ciò consegue che la salute dei cittadini diventa sempre più una funzione di business annebbiata dai calcoli elettorali dei politicanti. Una conferenza stampa di Zaia conta molto di più di ogni ricerca epidemiologica e una ministra di Trissino fa primavera molto di più di ogni rondine. Sono i media, bellezza!

 

4 – Il festival di Sanremo ha definitivamente perduto ogni qualità musicale e vive di sparate mediatiche. Tra queste il tentativo di lanciare MADAME, una ragazzina di Creazzo che non esita ad usare frasi come questa nelle interviste ai quotidiani nazional:” Tutti i giorni sentiamo maschi che parlano e cantano di cazzo e figa, solo loro possono?”. (Intervista di Stefano Mannucci sul Fatto Quotidiano di Giovedì 11 Marzo. Pagina 22) Costei viene presentata come una rivelazione “bisessuale” del Festival, cioè una che sa cantare. Ma attenzione: per non rovinarsi la piazza vicentina, notoriamente leghista, vien precisato che lei non fa parte della comunità Lgbt. Se la Terra fosse piatta si potrebbe almeno buttarla giù. Ma accidenti, è rotonda e dobbiamo tenercela…

 



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Solo Dio può scegliere a caso.

Arthur BLOCH, 

                                     La Legge di Murphy



venerdì 12 marzo 2021

Pensierini del week end

 





I padroni del mainstream che ci hanno rifilato la campagna di Me Too e ora quella di HARRY/MEG invocano il cambio di passo. E’ una parola d’ordine per iniziati per riassestare i rapporti finanziari tra NASDAC (neocapitalisti Techno) e Wall Street (tradizionali) in vista del cambio di fase.

 La Covid19 (nome della campagna mediatica che accompagna la omonima simulazione pandemica), che seguiva Me Too, che a sua volta seguiva quella di Greta Tumberg, ci ha dimostrato l’enorme potenza di fuoco del Global Mainstream mostrandoci un mondo intero che ripete papagallescamente gli stessi messaggi per un anno intero senza verifiche, senza approfondimenti e anzi, con bullismo mediatico contro le inchieste indipendenti. Significa che l’oligarchia mediatica che domina la comunicazione ansiogena vuole consolidare il controllo della fase entrante ma evidentemente non si sente ancora totalmente sicura. Intanto però l'Italia san-marian-lettiana, per non sentirsi fuori passo, mette in campo una ulteriore clausura e ci riempie di zone rosse.

Gli Stati sono alle schermaglie finali per il raggiungimento degli obiettivi WEF: i posti di lavoro distrutti finora sono ancora insufficienti, in particolare l’Europa deve mettere sul piatto qualche ulteriore decina di migliaia di disoccupati, ma tocca soprattutto ai paesi nordici che hanno fatto poco nel 2020. E vorrebbero in cambio un maggiore taglio del debito da parte del sud Europa.

 

Campagna Harry/Meg

Un’intervista top gossip americana (Ophra Winfrey) ha rilanciato il tema che possa esistere all’interno della Royal FAMILY una dialettica razzista. Una migliore integrazione dei neri nell’elite costituisce un obiettivo di medio termine e la campagna George Floyd ristagna. Occorre sciogliere le resistenze al cambiamento che caratterizzano la diplomazia segreta di Buckingham Palace e aprire la strada ad una discendenza multietnica nella Royal Family. Diana era stata eliminata perché incinta di un potenziale discendente musulmano incompatibile con le regole segrete del lignaggio reale britannico e la sua eliminazione aveva permesso di rimandare il problema per un paio di decenni, quelli appunto della globalizzazione con l’ascesa del ceto neocapitalista techno e il New Normal incalza. Ma ora non c’è più tempo; lo scettro dovrà cambiare a breve (statisticamente parlando) e il trono passerà a Charles con la conseguente linea dinastica. Pertanto se ci sono ancora battaglie dinastico/familiari da chiudere questo è il momento e Harry, che ha dimostrato disponibilità a staccarsi dalla gabbia del gioco dinastico e vive in California, deve pur lavorare per mantenere la famiglia e perciò si presta a fare da testimonial. Lo schema è un po’ questo: lui conferma la propria esclusione dal gioco dinastico in cambio di un cambiamento delle regole di palazzo che non escludano potenziali eredi di colore. Sua moglie possiede un genoma, diciamo così, multietnico e quello (o quella) che è in grembo potrebbe essere l’occasione per realizzare l’innovazione. Perciò nell’intervista Meghan si lascia (di proposito) sfuggire affermazioni del tipo: “Il primo membro di colore in questa famiglia deve avere gli stessi diritti che spettano agli altri nipoti” e parte la campagna antirazzista.

L’antirazzismo, come anche l’anti sessismo (discriminazioni di genere) e l’anti omofobia sono le condizioni per l’ingresso nel New Normal e il vecchio continente delle monarchie deve darsi una mossa. Anche questi nuovi valori devono entrare nel pensiero unico del terzo millennio. Quello dello Stakeholder Capitalism e della Telemedicina vaccinocratica. Non si può scherzare; si tratta di un processo che deve portare all’assunzione irreversibile da parte dell’élite del completo potere morale sul popolo bue.

 

 



giovedì 11 marzo 2021

Il caso Chioccarello: la strage mancata del padroncino veneto.

 




 

L’11 Marzo 1970, un Mercoledì, era una giornata di sciopero provinciale dei tessili indetto dalle segreterie di Cgil, della Cisl e della Uil per sostenere il negoziato sul nuovo contratto. Il padronato dell’epoca considerava lo sciopero non come un diritto del lavoratore ma come una offesa personale, un attacco al proprio legittimo potere di comando. Inoltre c’era sempre il sospetto che in realtà fossero i comunisti a fomentare gli scioperi per abolire la proprietà privata. Nelle grandi fabbriche c’erano le “guardie” e alle acciaierie Valbruna poco tempo prima c’erano stati scontri fisici tra operai e guardie culminati in un vero e proprio sequestro di due lavoratori all’interno della fabbrica.

Si era quindi sviluppato un clima molto conflittuale nel quale gli operai vicentini si erano molto motivati, soprattutto i giovani, a lottare per far valere i diritti e il rispetto anche dentro la fabbrica. La notizia del fatto aveva generato varie iniziative di sciopero in tutta la provincia.

In questo clima ad aggravare le tensioni si aggiunse un caso clamoroso ai cancelli di una fabbrica di Schio: il caso Chioccarello.

Giuseppe Chioccarello era un piccolo imprenditore che si era fatto da sé. Era stato partigiano ma poi si era avvicinato alla destra candidandosi anche nelle liste comunali del MSI.  Aveva costruito la “Filatura e Cardatura di Torrebelvicino” con un parco macchine di seconda mano e vi lavorava sempre in prima persona con la moglie, il figlio più grande e altri nove operai e sei apprendisti.

 

Il fatto

Alle otto di mattina davanti al cancello un gruppo di attivisti sindacali chiamano i lavoranti allo sciopero. Ci sono anche persone del vicino Maglificio Rosabel. La moglie del titolare esce e rimbrotta i dimostranti argomentando che in quanto artigiani non hanno niente a che fare con lo sciopero. Ma l’argomento non persuade e viene preannunciato un ritorno in massa dopo il comizio in Piazza Statuto a Schio. E così avviene un paio d’ore dopo verso le 11 quando arrivano ai cancelli più di quaranta persone tra le quali Angelo Fiorilli (UIL) e Teresiano Rudella (CISL).

I Chioccarello padre e figlio reagiscono imbracciando due Breda automatici calibro 12 precedentemente caricati con sei colpi nel caricatore e uno in canna. Partono i primi colpi in aria seguiti da spari ad altezza d’uomo per un totale di otto. Rudella viene colpito in modo lieve mentre Fiorilli riceve la rosa di pallini rinforzati a Nichel all’emitorace, alla gamba sinistra e all’anca. L’operaio Guerrino Dalla Riva viene invece raggiunto in pieno viso mentre Mario Comparin, Domenico Dal Zotto, Domenico Dalla Guarda, Cesare Baldin, Dario Bernardi, Veneriano Brunale e Silvano Filippi rimangono feriti meno gravemente.

Partono i soccorsi e arriva la Forza Pubblica che trova i due Chioccarello ancora coi fucili in mano ricaricati. Tra le sirene delle ambulanze essi vengono disarmati e portati alla stazione dei Carabinieri di Schio.

 

Le manifestazioni

Ma nel frattempo la voce si è sparsa suscitando molta impressione nel deflusso dei cortei e tra gli studenti in uscita dalle scuole.

In quell’occasione le strutture sindacali si sforzarono di mantenere la calma ma alle 14 e 30 di quel Mercoledì risultavano già occupati i municipi di Schio e Torrebelvicino. Lo sciopero si estese nel pomeriggio anche alla Marzotto e alla Recoaro. E il giorno dopo ci fu una fermata nazionale di 15 minuti in tutte le fabbriche.

Io non ricordo di essere stato informato quel pomeriggio ma conservo ancora il volantino che venne distribuito da Lotta Continua (che si era costituita ufficialmente da pochi mesi e aveva aperto una sede a Valdagno e una Schio).

 

Il volantino

Si intitola LOTTA CONTINUA e contiene una breve analisi del fatto definendolo come un episodio non isolato che mostra tutta la violenza del sistema. In fabbrica, a scuola e nella vita di ogni giorno i grandi padroni Agnelli, Pirelli, Cefis e Marzotto - recita il testo - non hanno bisogno di prendere in mano un fucile perché hanno al loro servizio il parlamento, il governo, i comuni, la stampa, la magistratura, la polizia, i sindacati e i partiti. E le 14.000 denunce presentate dai padroni, polizia e magistratura contro gli operai e gli studenti nell’autunno caldo confermano che si tratta di una violenza che serve a reggere il sistema stesso. Ebbene essa va eliminata una volta per tutte e chi dice che essa va respinta “da qualsiasi parte venga” rispettando l’ordine e la legalità, in realtà vuole che essa continui e rimanga indisturbata senza che chi la subisce faccia niente.

Venne redatto il giorno successivo e ciclostilato “in proprio”, come recita l’apposita dicitura in calce. Tale pratica caratterizza i volantini dell’epoca ma soprattutto quelli di Lotta Continua e Potere Operaio che erano gruppi extraparlamentari tenuti a dichiararne la produzione e mandarne copia in questura per non incorrere nel reato di “stampa clandestina”.

A Valdagno venne distribuito il venerdì successivo davanti alla scuole nei dieci minuti di ricreazione e in piazza al mercato.

 

La lezione

Quindi di quel fatto, nonostante ne avesse accennato anche il telegiornale delle 20 e 30 ricordo che me ne aveva parlato mio padre a cena cogliendo l’occasione per trasmettermi un’idea e un sentimento di valore per il sindacato. Credo sia stato un momento importante perché il volantino di Lotta Continua oltre al padronato attacca anche i sindacati. Li accusa di aver lavorato per smorzare la lotta e dividere gli operai dagli studenti. Ma le parole di mio padre avevano fatto effetto su di me e all’assemblea studentesca (ancora illegale e disciplinarmente sanzionabile) parlai a favore dei sindacati.

 

 

Il sindacalista Fiorilli ebbe una prognosi di 80 giorni mentre il Dalla Riva perdette l’uso di un occhio.

Il processo

Nel successivo procedimento giudiziario il fatto che fossero stati trovati otto bossoli sparati da due fucili diversi fu decisivo per scalzare la prima linea difensiva degli imputati che tentava di sostenere che a sparare era stato solo il padre, ma il fatto di aver utilizzato cartucce di tipo Sidna con pallini numero 2 i quali difficilmente possono causare lesioni mortali, portò a declassificare l’accusa da tentato omicidio a lesioni personali gravi.

Le parti si troveranno in aula non prima del 4 ottobre 1973 quando nel frattempo i danneggiati erano stati risarciti con una quindicina di milioni a testa lasciando quindi in piedi solo la causa penale. Una causa il cui processo inizia solo il 15 Aprile del 1975 col padre Chioccarello giudicato in contumacia.

 

La sentenza

La sentenza finale condannò a tre anni e tre mesi di reclusione entrambi i Chioccarello e in essa venne riconosciuta l’aggravante delle lesioni “gravi e continuative” data la perdita dell’occhio del Dalle Rive.

 

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Nell’ambiente sindacale non vi fu alcun entusiasmo per la sentenza; Teresiano Rudella era nel frattempo diventato segretario provinciale dei tessili Cisl e non ha mai nascosto il timore che quella sia stata in realtà una strage mancata. Ma è stato meglio così; anche perché di stragi riuscite in quegli anni non ne erano proprio mancate.

 






                                                             


Golpe argentino

On March 24, 1976, Argentina's armed forces dismantled Isabel Perón's constitutional government amid economic crisis, rampant infla...